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Artisticamente, Rosa era nata nel momento di declino dei cantastorie, doveva diventare necessariamente altro, rispetto alla tradizione. Era cantastorie per i temi trattati, per la funzione sociale che accompagna il ruolo poetico-narrativo dei cantastorie, che lei trasportò nel proprio tempo, abbracciando in pieno le possibilità della musica e degli anni in cui un’operazione culturale della sinistra nazionale scopriva l’arte di un popolo. Il suo essere donna portò la tradizione verso altre direzioni: potè affrontare problematiche mai messe in rilievo prima e inserire un’intimità nei temi che non esistevano prima, che la facevano dialogare direttamente con le donne del suo tempo. Anche nei confronti della “moda dei folk singers” degli anni ’70 in Italia rimase altro: non faceva nulla per piacere, non aveva studiato né cambiato il modo di cantare con le tecniche. La sua voce rimase interiore, violenta eppure dotata di vibrati delicati, invidiata dai professionisti.Alla ricerca di Rosa, ho raccolto lungo la strada le sue musiche. Ho parlato di lei con i cantastorie Nino Racco, con cui collaboro, Otello Prefazio, che la fece conoscere collaborando con lei al primo disco “Amuri tu lo sai ‘sta vita è amara”, con Gianni Belfiore, autore delle canzoni dell’ultimo disco di Rosa, “Amuri senza Amuri”. Ho guidato ore in Calabria, Sicilia, a Roma, ascoltando le canzoni che sentivo da bambina, altre impossibili da trovare che Enrico Ansaldi ha raccolto per me.

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