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La Sicilia è la terra dei “cantastorie”, l’esempio più
professionale della “fabulazione” meridionale, artisti che sin
dall’inizio del novecento hanno portato a perfezione l’abitudine
del racconto al sud, tramandato oralmente per generazioni, facendo
di esso un mestiere. Soprattutto attraverso i cantastorie della
mia zona della Sicilia, la tradizione si arricchì della
musica, il cantastorie dell’alternanza di parti cantate a parti
recitate con cui narrava storie della tradizione popolare, episodi
della letteratura cavalleresca tradotta in siciliano, sintesi
di opere liriche e poi fatti di cronaca sotto forma di ballate.
Una tradizione culturale che ebbe il suo culmine negli anni ’50
e ’60, per poi soccombere con l’avvento dei mass media.Tradizione
tipicamente maschile, quella del cantastorie in viaggio per tutto
il sud, che si fermava nelle piazze cittadine per raccontare vicende
famose e fatti contemporanei, con chitarra e cartellone. Leggo
la dedica che Enrico Ansaldi, presidente dell’associazione nazionale
dei cantastorie ha scritto per la manifestazione:
“Questa
rassegna sui Canti e Cunti di tradizione popolare è un
omaggio sentito a Rosa Balistreri, artista indimenticabile per
la forza espressiva, per il coraggio delle idee, per la passione
intensa del suo canto. A Rosa, al suo pensiero politico e alle
sue lotte sociali, al suo grido lacerante e al suo sguardo innocente
sono dedicati i versi, i canti d’amore e di dolore. Rosa fu bandiera
di lotte civili. La sua memoria e quella di tutti i cantastorie
non deve perdersi, Perdere anche un solo verso del loro canto
sarebbe come smarrire un sentiero della nostra storia, della nostra
identità."
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